Archive for Gennaio, 2011

Gen 31 2011

Vangelo secondo Giovanni

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“La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: ‘Pace a voi!’. Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: ‘Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi’. Detto questo soffiò e disse loro: ‘Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati’.”  Gv 20, 19-23

Dopo l’annuncio portato da Maria di Màgdala, Gesù risorto appare anche agli altri discepoli, che si erano rinchiusi in casa, per timore che contro di loro scattasse una persecuzione da parte dei capi del popolo. Gesù compare in mezzo a loro, a porte chiuse, segno del fatto che ormai è entrato in una dimensione diversa da quella materiale, e  la prima cosa che dice è: “Pace a voi!”. Il Risorto augura la pace, dopo aver sconfitto la morte, poiché la consapevolezza della Sua resurrezione, che anticipa la nostra stessa risurrezione, può pacificare i nostri cuori, con la speranza della vita eterna, alla quale tutti, in fondo, aspiriamo.

  Di Sua iniziativa, Gesù mostra ai Suoi discepoli le mani e il fianco, ove erano visibili i segni lasciati dai chiodi e dalla lancia con cui l’aveva colpito un soldato romano, prevenendo il loro bisogno di avere la certezza che Egli fosse proprio lo stesso Gesù che avevano visto morire sulla croce, qualche giorno prima. I discepoli gioiscono alla Sua vista e, se abbiamo fede, possiamo anche noi condividere la loro gioia, poiché il Signore è risorto anche per noi che, pur non vedendolo coi nostri occhi, ne riceviamo la notizia grazie alla testimonianza dei primi discepoli.

  Gesù risorto ripete: “Pace a voi” e come ha mandato nel mondo i primi discepoli, così manda anche noi, a diffondere la buona notizia della Sua risurrezione dai morti.

  Consegnandoci poi lo Spirito Santo, Egli ci esorta al perdono degli altri, per potere, a nostra volta, ricevere il perdono da parte del Padre, questo, infatti, sembra essere il senso delle parole con cui si chiude questo brano evangelico, soprattutto se si tiene presente quello che Gesù dice nel Vangelo di Matteo, cap. 6, vv. 14-15, subito dopo la preghiera del Padre Nostro: “Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.”

  Se siamo disposti a perdonare chi ci ha fatto un torto o chi si è comportato male nei nostri confronti, siamo in comunione con Dio che perdona le colpe di tutti, e quindi siamo in grado di ricevere il Suo perdono per le nostre colpe. Diversamente, finché non siamo disposti a perdonare gli altri, non siamo in grado di ricevere il perdono di Dio nei nostri confronti, perché non siamo nel Suo amore, ma restiamo nell’odio, nel rancore, nell’astio, e ciò ci impedisce di essere in comunione con Lui. Così, nel brano presente del Vangelo di Giovanni Gesù dice la stessa cosa, ma con parole diverse: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati”, ovvero, quando saremo capaci di perdonare i peccati che gli altri commettono contro di noi, tali peccati saranno cancellati e noi potremo ricevere, a nostra volta, il perdono di Dio per i nostri peccati, perché saremo in comunione d’amore con Lui, che perdona tutti. Viceversa: “a coloro a cui non perdonerete, non sarranno perdonati”, ovvero, quando non siamo capaci di perdonare agli altri il male che essi hanno compiuto nei nostri confronti, tale male rimane attivo e ci divide da loro, in modo che non possiamo ricevere a nostra volta il perdono di Dio, per i nostri peccati, perché non siamo in comunione con Lui.

  La forza di perdonare possiamo attingerla solamente dall’amore che Dio per primo ha avuto per noi, e che si è manifestato in Gesù, che ci ha amato fino a dare la Sua vita per tutti quanti noi, fornendoci la prova, con la Sua risurrezione, che chi segue i Suoi insegnamenti sarà veramente unito a Lui nella resurrezione e, dunque, riceverà da Lui il dono della vita eterna.

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Gen 30 2011

Vangelo secondo Giovanni

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“Maria invece stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dalla parte dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: ‘Donna, perché piangi?’. Rispose loro: ‘Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto’. Detto questo si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: ‘Donna, perché piangi? Chi cerchi?’. Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: ‘Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo’. Gesù le disse : ‘Maria!’. Ella si voltò e gli disse in ebraico: ‘Rabbunì!’ – che significa: ‘Maestro!’. Gesù le disse: ‘Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei amici e di’ loro: ‘Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: ‘Ho visto il Signore!’ e ciò che le aveva detto.”  Gv 20, 11-18

“Ho visto il Signore!”,  cioè Gesù risuscitato dai morti, dice Maria di Màgdala ai discepoli. E’ il primo annuncio della risurrezione, che da qui in poi risuonerà ovunque giunga il Vangelo. La Vita ha sconfitto la morte, la Verità ha tolto il peccato dal mondo e chiunque crede sarà salvato, perché riceverà in dono la stessa vita di Gesù, che è la vita di Dio, che è vita eterna!

  L’incontro col Risorto è graduale. Rimasta presso il sepolcro vuoto, dopo che Pietro e Giovanni erano tornati a casa, Maria, oppressa dalla tristezza per la scomparsa del corpo di Gesù, non dà importanza ai due angeli in vesti bianche seduti presso il sepolcro, né riconosce subito Gesù che le parla, chiedendole: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?’. Non lo riconosce perché sta cercando il Suo corpo morto ed è disperata, perché non sa chi Lo abbia portato via né dove sia stato posto, tanto da scambiare Gesù per il guardiano del giardino e chiederGli se sia stato lui a portare via il corpo! Ma quando Gesù pronuncia il suo nome, Maria capisce all’istante chi è Colui che Le sta di fronte: “Maestro!”.

  La visione del Risorto passa attraverso il rapporto personale che Gesù vuole stabilire con ciascuno di noi, perché Gesù ci conosce e ci chiama per nome, come ha fatto qui con Maria di Màgdala. E noi stessi possiamo conoscerLo veramente soltanto all’interno di questo rapporto, che è basato sulla fede. Chi non crede, infatti,  non può stabilire alcun rapporto con Gesù, dunque non può sentire la Sua voce, né può “vederLo” vittorioso sulla morte, che Egli ha sconfitto per sempre.

  Gesù risorto non si trattiene a lungo con Maria, ma la invia subito dagli altri discepoli, a portare loro l’annuncio della Sua resurrezione, affinché quando Egli apparirà anche a loro, essi Lo riconoscano, com’ è accaduto a Maria, quando Egli ha pronunciato il suo nome.

  “Ho visto il Signore!”, annuncia Maria, presa da una gioia incontenibile! A lei è affidato il primo annuncio, al quale anche noi siamo chiamati a credere, pur non avendo potuto vedere coi nostri occhi Gesù risuscitato dai morti. Anche noi possiamo però vederLo, con gli occhi della fede! Gesù è tornato in vita, dopo essere morto sulla croce, dandoci la prova definitiva che tutti i Suoi insegnamenti erano veritieri, che Egli è veramente il Figlio di Dio, Colui che il Padre ha inviato nel mondo, per dare la vita al mondo.

  Chi crede, anche senza averLo visto nello stesso modo in cui Lo videro Maria e gli altri discepoli, è beato (cfr Gv 20, 29), poiché la fede, questa fede nella risurrezione di Gesù, è il mezzo che ci permette di entrare in relazione con Lui, che è la via per arrivare fino al Padre il quale vuole darci la vita senza fine.

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Gen 29 2011

Vangelo secondo Giovanni

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“Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti. I discepoli perciò se ne tornarono a casa.” Gv 20, 3-10

Giunti di corsa al sepolcro, Giovanni e Pietro non possono fare altro che constatare ciò che aveva loro riferito Maria di Màgdala: Gesù non è più nel sepolcro, pare proprio che qualcuno l’abbia portato via e nessuno sa dove sia stato posto. Il versetto 8, dunque, secondo il quale il discepolo che viene da sempre identificato con Giovanni, l’autore di questo Vangelo, dopo essere entrato nel sepolcro, “vide e credette”, significa che vide e credette che il corpo di Gesù era stato portato via. Il versetto successivo, infatti, dice che lui e Pietro “non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.”

  Dunque non è cosa facile né semplice credere alla risurrezione di Gesù, se nemmeno due dei Suoi più intimi discepoli sono stati in grado di capire subito, alla vista del sepolcro vuoto, che Egli era risuscitato dai morti. Ma è proprio questa la buona notizia che Gesù è venuto ad annunciarci con la Sua stessa morte e la Sua risurrezione: la vita terrena dura quanto dura, tuttavia la morte, con la quale essa sembra concludersi, non è l’evento definitivo della nostra esistenza. Dopo la morte fisica, infatti, Gesù ci assicura che continueremo a vivere, e a vivere in eterno, in comunione con Lui e con il Padre – se abbiamo fede in Lui-, in una vita di gioia vera, piena e imperitura, per tutta l’eternità.

  La tomba vuota di Gesù non costituì per i Suoi discepoli l’immediata evidenza della Sua resurrezione: essi ebbero infatti bisogno di vederLo Risorto, di parlare di nuovo con Lui, prima di credere e comprendere il senso della Sua venuta tra noi.  Ma dall’incontro col Risorto la loro vita è cambiata per sempre, e sono partiti in tutte le direzioni ad annunciare quello che avevano visto e udito coi propri occhi e le proprie orecchie. Credendo al loro annuncio della Risurrezione di Gesù, partecipiamo anche noi alla loro stessa esperienza, poiché è la fede che ci permette di addentrarci nel mistero dell’amore di Dio per noi, per entrare in piena comunione con Lui, che vuole darci la vita eterna. Credere in Gesù, infatti, significa amarLo, e chi Lo ama e osserva la Sua parola riceverà la Sua visita e quella del Padre, che insieme prenderanno dimora  presso di lui (cfr Gv 14, 23)!

 

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Gen 28 2011

Vangelo secondo Giovanni

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“Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: ‘Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!’.”  Gv 20, 1-2

Il primo giorno dopo il sabato, oggi per noi è di domenica, Maria di Màgdala si reca al sepolcro di buon mattino, quando è ancora buio, e trova il sepolcro aperto e vuoto. Si tratta di qualche cosa di inatteso, del tutto inaspettato, tanto che, alla vita del sepolcro vuoto, ella non pensa subito alla risurrezione di Gesù. Infatti, corsa da Pietro e da Giovanni dice: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”.  Si esprime al plurale Maria  di Màgdala, perché insieme a lei erano andate al sepolcro anche altre donne, come riferiscono gli altri tre Vangeli.  La prima cosa che  pensano, dunque, è che il corpo di Gesù sia stato trafugato, e questo durerà finché non vedranno di persona il Risorto. E lo stesso accadrà agli altri  discepoli.

  Nessuno, quindi, aveva ben capito che Gesù, dopo la Sua morte, sarebbe risuscitato dai morti, anche se gli stessi discepoli avevano visto che Egli aveva il potere di ridare la vita a coloro che muoiono, come nel caso di Lazzaro! Dal momento che, in seguito, Gesù stesso era morto, e in quale modo!, nessuno osava sperare che quella morte non fosse per sempre, e che Egli avrebbe ripreso da Sé stesso la propria vita, sebbene avesse predetto loro ogni cosa.

  Solo dopo aver visto Gesù risuscitato dai morti, coi propri occhi, essi cominciarono a credere veramente e a capire. Noi abbiamo solo la loro testimonianza di quanto accadde in quel tempo, e sappiamo che, per testimoniare ciò che essi videro e udirono, furono disposti a dare la propria vita. La nostra fede, dunque, si basa sulla loro testimonianza, ma il risultato è sempre il medesimo, poiché Gesù ci ha assicurato che chiunque crede in Lui, grazie alla testimonianza dei Suoi primi discepoli, avrà la vita eterna, nello stesso modo in cui l’hanno ricevuta loro, che hanno creduto in Lui prima di noi.

 

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Gen 27 2011

Vangelo secondo Giovanni

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“Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e àloe. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. Là dunque, poiché era il giorno della Parasceve dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù.”  Gv 19, 38-42

Il copro senza vita di Gesù viene posto in una tomba nuova, che si trova in un giardino, vicino al luogo in cui era stato crocifisso. Possiamo immaginare la scena della deposizione dalla croce, dell’avvolgimento del corpo di Gesù nei teli cosparsi di àloe e mirra e il suo trasporto fino al sepolcro “nel quale nessuno era stato ancora posto.”

  Nuovo è il sepolcro che accoglie Colui che Dio ha mandato a rivelarci la verità, come nuovo è il messaggio che Gesù ha portato nel mondo. Morto sulla croce, Gesù seppellisce con Sé, nella Sua tomba, tutte le nostre idee errate a proposito di Dio, a proposito del Padre celeste del quale Egli ci ha mostrato il volto amoroso. E da questa tomba Gesù risorgerà tra poco, per dimostrarci che, davvero, tutti coloro che credono in Lui riceveranno una nuova vita, quella eterna, dopo la fine di questa vita terrena.

  Nel giardino di Eden il peccato di Adamo gli procurò la morte, in questo nuovo giardino, nel quale si trova la tomba che accoglie il corpo di Gesù, tornerà vittoriosa la Vita, affinché volgendo lo sguardo al Risorto, possiamo tutti ricevere nuovamente la vita, quella vera, che non avrà più fine.

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Gen 26 2011

Vangelo secondo Giovanni

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“Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato -, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con la lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso. E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto.” Gv 19, 31-37

Essendo la vigilia di una festa solenne, quella della Pasqua, si dà ordine ai soldati di accelerare la morte  di Gesù e degli altri due uomini, crocifissi insieme a lui, per liberare il luogo dai cadaveri, spezzando loro le gambe. In questo modo, infatti, il peso del loro corpo, sostenuto solo dalle braccia, avrebbe provocato una compressione della cassa toracica, impedendo la respirazione, con conseguente mancanza di ossigeno e arresto cardiaco. Gesù, che prima della crocifissione aveva subito una violenta flagellazione era già morto, quindi a Lui non vengono spezzate la gambe, ma una guardia, forse per accertarsi della della Sua morte, Lo colpisce con una lancia al costato, dal quale esce, insieme al sangue, del liquido pleurico, accumulatosi nei polmoni per effetto del supplizio della croce. Giovanni, che assiste alla morte di Gesù, vede e rende testimonianza, affinché anche noi crediamo che le cose andarono in questo modo.

  Giovanni vede compiersi in questi ultimi atti della vita terrena di Gesù altri  passi della Scrittura. Il primo: “Non gli sarà spezzato alcun osso”, può essere letto come un rimando al Libro dell’Esodo, cap. 12, v. 46, in cui si dice che l’agnello della cena della Pasqua doveva essere consumato senza spezzagli “alcun osso”. Ugualmente, la citazione di Giovanni può essere riferita anche al v. 21 del Salmo 34, in cui leggiamo che il Signore, liberando il giusto dalle sue sventure, preserva le sue ossa, in modo che “neppure uno sarà spezzato”.

  Gesù, dunque, al momento della Sua morte viene presentato da Giovanni come il nuovo Agnello pasquale, che ci traghetta dalla schiavitù del peccato e della morte alla libertà della nuova vita dei figli di Dio. Lui, il Giusto, al quale non viene spezzato nessun osso, per preservarne intatta la purezza.

  L’altro passo della Scrittura che Giovanni vede compiersi in Gesù, morto sulla croce (Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto), va riferito al Libro del Profeta Zaccaria, cap. 12, v. 10, in cui, nel corso di una profezia sulle sorti della futura Gerusalemme, leggiamo che Dio la libererà dai suoi nemici, i quali “guarderanno a colui che hanno trafitto”. Giovanni interpreta questo versetto come una profezia riferita a Gesù, dal quale proviene la salvezza, poiché è in Lui e per la fede in Lui che noi riceviamo la vita eterna. Lui, al cui amore, che lo ha portato a morire sulla croce per noi, guardano tutti coloro che in Lui hanno fede, per ricevere da Lui la vita, quella stessa vita che irromperà gioiosa e luminosa il mattino della Sua risurrezione, per illuminare ogni angolo della terra e dell’intero universo.

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Gen 25 2011

Vangelo secondo Giovanni

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“Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: ‘Ho sete’. Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta d’aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: ‘E’ compiuto!’. E, chinato il capo, consegnò lo spirito.”  Gv 19, 28-30

Gesù muore, dopo che gli avevano offerto dell’aceto, perché aveva detto di avere sete. Si compie così un altro passo della Scrittura, cui Giovanni fa solo riferimento, senza citarlo espressamente. Si tratta del Salmo 69, v.22, in cui leggiamo “e quando avevo sete mi hanno dato aceto”. Così subito prima di consegnare lo spirito al Padre, Gesù può dire: “E’ compiuto!” E’ compiuta la Scrittura, che fu ispirata da Dio, il quale sapeva che gli uomini avrebbero condannato il Suo Figlio alla morte di croce, a causa del peccato, e si compie anche la volontà del Padre, che ha comandato a Gesù di non opporsi e di non sottrarsi alla condanna ingiustamente inflittaGli da noi, uomini peccatori, perché attraverso la Sua morte e la Sua risurrezione, potesse giungere a tutti, fino agli estremi confini del mondo, la verità del Padre stesso che è amore ed è Vita che dà la vita eterna a coloro che credono in Colui che Egli ha inviato nel mondo.

  “E’ compiuto”, dice dunque Gesù, è compiuto anche il Suo amore per noi, che sulla croce raggiunge la sua massima espressione e sprigiona tutta la sua forza, che tuttavia si manifesta come debolezza ai nostri occhi, necessaria a estirpare dal nostro cuore il nostro peccato, che Gli ha procurato quella morte. Muore per amore Gesù, e il Suo amore non finisce sulla croce, ma è dalla croce che protende i propri raggi luminosi in ogni direzione, per liberarci dalle tenebre del peccato e condurci fino alla terra promessa della vita eterna.

  Sulla croce Gesù ci rivela la vera natura del Figlio di Dio: Amore che muore per amore, per salvarci dall’annullamento della morte, consentendoci di vivere per sempre, in comunione con Lui, nell’eternità.

  Non finiremo mai di adorare questo amore, crocifisso per amore nostro, né di ringraziare Dio di averci amato in questo modo, attraverso la morte del proprio Figlio, che ha dato la Sua vita per ciascuno di noi, affinché, credendo in Lui, abbiamo in Lui la vita che non ha mai fine.

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Gen 23 2011

Vangelo secondo Giovanni

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“Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: ‘Donna, ecco tuo figlio!’. Poi disse al discepolo: ‘Ecco tua madre!’. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.” Gv 19, 25-27

Sulla croce, lo spogliamento di Gesù è totale, perché totale e definitivo è il dono che Egli fa a noi di Sé stesso, affinché, credendo in Lui, possiamo ricevere il dono della vita eterna. Così Egli affida Maria, nel cui grembo si era incarnato, al discepolo Giovanni, autore di questo Vangelo, facendone la madre di lui,  e dice a Sua madre di accogliere Giovanni come  suo figlio. E’ il nucleo originario della Chiesa, che è la famiglia dei figli di Dio, di tutti coloro, cioè, che credono in Gesù e che, amandoLo per l’amore che Egli ha avuto per noi, seguono il Suo esempio di vita, obbedendo alla volontà del Padre, che si risolve nell’amore verso il Padre e verso il prossimo, come ci ha insegnato Gesù.

  Dio è Padre di tutti, indistintamente, e  coloro che credono in Gesù sono chiamati a diventarne consapevoli, per formare un comunità di fratelli, che si amano e si sostengono a vicenda nelle difficoltà della vita terrena, illuminati e fortificati dalla speranza della vita eterna, che ci è donata in Gesù, la Parola di Dio che si è fatta carne, per abitare in mezzo a noi (cfr Gv 1,14). Questa fratellanza universale nasce ai piedi della croce, per tutti coloro che, guardando Gesù che muore per amore nostro, si lasciano conquistare dal Suo amore e decidono di seguire il Suo esempio, credendo nella Sua parola, con la quale Egli ha promesso la vita eterna a tutti coloro che hanno fede in Lui.

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Gen 22 2011

Vangelo secondo Giovanni

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“I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato – e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: ‘Non stracciamola. ma tiriamo a sorte a chi tocca’. Così di compiva la scrittura che dice:
   Si sono divisi tra loro le mie vesti
  e sulla mia tunica hanno gettato la sorte.

E i soldati fecero così.” Gv 19, 23-24

I soldati si spartiscono le vesti di Gesù e tirano la sorte sulla Sua tunica, come era stato scritto anticamente nel Salmo 22, 19, qui citato da Giovanni. I vv. 17 e 18 del medesimo Salmo aderiscono perfettamente alla morte di Gesù sulla croce e ne costituiscono un autentico commento:

  “Un branco di cani mi circonda,
  mi assedia una banda di malvagi;
  hanno forato le mie mani e i miei piedi.
  posso contare tutte le mie ossa.
  Essi guardano e mi osservano:
  si dividono le mie vesti,
  sul mio vestito gettano la sorte.”*

*Traduzione della Bibbia di Gerusalemme, Edizioni dehoniane, Bologna, 1982.

  Il salmista usa espressioni di disprezzo, per indicare i suoi persecutori, Gesù, invece, perde la propria  vita per amore, obbedendo alla volontà del Padre, che Gli ha comandato di dare la Sua vita e di riprenderla di nuovo, affinché chiunque crede che  Egli è il Figlio Dio, abbia la vita eterna.

  Gesù ha dato tutto Sé stesso, senza riserve, persino le Sue vesti vengono spartite e contese tra i soldati che lo hanno inchiodato alla croce. In cambio del nostro odio e del nostro disprezzo, Egli ci ha amato, in cambio della morte che ha ricevuto da noi, Egli ci dà la vita senza fine.

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Gen 21 2011

Vangelo secondo Giovanni

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“Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: ‘Gesù il Nazareno, il re dei Giudei.’ Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città: era scritta in ebraico, in latino e in greco. I capi dei sacerdoti dei Giudei gli dissero: ‘Non scrivere: ‘Il re dei Giudei’, ma: ‘Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei’.’ Rispose Pilato: ‘Quel che ho scritto, ho scritto’.”   Gv 19, 19-22

Coloro che hanno chiesto la condanna a morte di Gesù vorrebbero che Pilato precisasse che essi non Lo consideravano affatto “il re dei Giudei”, ma che Egli stesso aveva detto di esserlo, chiedendogli di modificare l’iscrizione posta sulla croce! In realtà erano stati loro a consegnaLo a Pilato con questa accusa infondata, Egli da parte Sua si era presentato semmai col titolo di “Figlio dell’uomo”, che nelle antiche profezie di Israele indicava il Messia. Ma, secondo la loro interpretazione degli antichi scritti dei Profeti, il Messia sarebbe stato un discendente di Davide, dunque un re egli stesso, che avrebbe ristabilito per sempre le sorti del regno di Israele, sconfiggendo tutti i suoi nemici! Erano fuori strada, infatti non accettarono l’idea che, usando per Sé il titolo messianico di “Figlio dell’uomo”, Gesù volesse in realtà  farci capire una cosa completamente diversa, e cioè che Egli era ed è il Figlio di Dio, cioè la Sua parola vivente, che Si è fatta uomo. Vero Messia, dunque, in quanto Figlio di Dio incarnato nella nostra natura, per metterci in grado di giungere alla vera salvezza, per mezzo della fede in Lui; la quale salvezza consiste non in un potere mondano incrollabile e incontrastato, ma nel dono della vita eterna, che Dio fa a tutti coloro che credono nella Sua Parola. Una vita che non fa più parte della dimensione terrena, dove tutto è destinato a finire, ma si realizza in una dimensione altra, quella dalla quale proveniva Gesù e nella quale Egli è tornato, dopo la Sua risurrezione. Questa è la vera terra promessa.

  A riprova di tutto ciò, dobbiamo ben considerare il fatto che lo stesso Pilato si era reso conto che Gesù gli era stato consegnato con un’accusa fasulla, tanto è vero che gli venne l’idea di tentare di rimetterLo in libertà, mentre, per ottenere la Sua condanna a morte, essi dovettero svelare la vera motivazione della Sua condanna, ovvero perché Egli si era “fatto Figlio di Dio” (Gv 19, 7)!

  Ma Pilato non vuole stare lì a sottigliare sulla cosa, è dà una risposta molto pragmatica, in autentico stile romano: “Quel che ho scritto, ho scritto”.

  Dunque gli accusatori di Gesù erano fuori strada, si trovavano cioè nello stato di peccato, almeno per tre motivi. Il primo è che stavano attendendo un Messia tutto terreno, diverso da quello promesso da Dio per mezzo dei Profeti di Israele, il secondo è che, per il motivo precedente, non riconobbero in Gesù il vero Messia, e il terzo è che, in ragione della Teologia giudaica di quel tempo, non poterono accettare l’idea che Gesù fosse il Figlio di Dio! Il cerchio si chiude con la Sua condanna, con la Sua morte e la Sua risurrezione, e in particolare con quest’ultima, in quanto essa prova e rivela che Gesù aveva sempre detto la verità.

  Chi si converte e crede a Lui, come hanno fatto i Suoi primi discepoli, diventati poi Apostoli, conosce la Vita e riceve il dono della vita senza fine. Chi non Gli crede, Lo condanna ancora e sempre di nuovo, ma in questo modo finisce col condannare sé stesso, poiché non crede alla Verità che si è rivelata al mondo per mezzo di Lui.

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